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"L'AMORE" (1948) Un omaggio all'arte di Anna Magnani.

di: Elisa Pratolongo

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Ne "Una voce umana"
“Questo film è un omaggio all’arte di Anna Magnani” Roberto Rossellini.

Sono queste le parole che troviamo preposte al secondo episodio de “L’Amore” e basta questa breve frase per comprendere l’indirizzo di tutto il film come una celebrazione dell’arte indiscussa, e qui messa in particolare risalto, di un’attrice universale come Anna Magnani.

Il film si divide in due episodi : “ Una voce umana” e “ Il Miracolo”.

Il primo è ispirato a “ La voce umana” opera teatrale degli anni trenta, in un atto unico, scritta dal famoso drammaturgo francese Jean Cocteau; mentre il secondo è tratto da un soggetto di Federico Fellini e venne unito al primo, tra l’altro girato l’anno precedente, al fine di poter arrivare ad un tempo sufficiente per produrre un film.

Ne “Una voce umana” ci troviamo di fronte alla vicenda di una donna che attende disperatamente l’ultima telefonata del suo amante che l’ha lasciata.

L’ambientazione è quella di un appartamento, del quale vediamo solamente una camera da letto ed un bagno, solo successivamente, in una scena conclusiva, la protagonista attraverserà un corridoio. I primi minuti trascorrono nel quasi silenzio, la donna di cui non conosciamo nulla, di cui non sappiamo, e non sapremo mai, nemmeno il nome, si guarda allo specchio, scruta il suo viso segnato da rughe di disperazione, sospira, gli occhi pervasi da una velata tristezza, le mani sfiorano il telefono nero sul comodino, l’ambiente stesso è pervaso da una profonda inquietudine. Squilla per la prima volta il telefono (saranno quattro in tutto le telefonate: tre dell’amante e una della donna) , la protagonista risponde “pronto, pronto sei tu, pronto…” cercando di non far trapelare la propria angoscia , angoscia che invece lo spettatore percepisce dalla sua espressione e dal suo continuo cambiar posizione sul letto su cui è sdraiata. Durante la conversazione, lei risponde alle domande dell’uomo, domande che possiamo solo dedurre dalle risposte, la voce dall’altro capo del telefono non si sentirà mai, escluso qualche bisbiglio e qualche parola non facilmente intuibile; racconta di essere uscita, di essere appena rientrata a casa e  di indossare ancora  il vestito di raso nero, il tutto cercando di rimanere in una compostezza lacerante. “ Ho deciso di esser forte” dirà, tentando quasi una sorta  di auto convincimento a quel terribile dolore della separazione dall’amore profondo e viscerale per quell’uomo che  sta  per sposare  un’altra . Ma il tono di lì a poco si alzerà, non appena l’uomo le dirà che sarebbe partito il giorno seguente  “domani, già domani parti, non sapevo fosse così presto”, la compostezza della voce inizia a crollare,  si fa più incalzante nell’ultima richiesta che la donna fa all’ uomo amato di conservare la cenere delle lettere che gli aveva scritto e che lui avrebbe bruciato, di metterla “in quell’ ”astuccio di tartaruga.. quello per le sigarette” che lei gli aveva regalato e di fargliela avere. Le parole sono rotte dal pianto che  non riesce più ad esser contenuto, le labbra deliziosamente tracciate da un elegante trucco accennano una smorfia di dolore, il viso è  rigato dalle lacrime. A quel punto, caduta la linea, lei lo richiama e scopre che in realtà lui non le sta telefonando da casa.  Nel buio della stanza e nel silenzio, udiamo solamente in lontananza voci confuse e il pianto di un bambino, protagonista della recitazione diventa ora l’espressione di questa donna. Rossellini, come lui stesso dichiarò, ha usato la telecamera “ come un microscopio” capace di andare a scrutare ogni lineamento di quel viso, ogni mutamento di quegli occhi che parlano laddove le parole vengono meno.

 Allo squillo del telefono un nuovo cambiamento nel timbro della voce, l’uomo si accorge di qualcosa, lei si limita a rispondere “ non ho niente  ho lo stesso tono di prima” ma ormai  non è più disposta a mentire trasmettendogli la sua  disperazione, confessandogli di aver tentato perfino il suicidio. E quando lui riattacca, promettendo di richiamarla, la tensione raggiunge il culmine, il rumore di un’auto e passi che si avvicinano le fanno sperare siano quelli dell’amato, la fanno correre fino alla porta d’ingresso, ma non sarà lui. Arriverà l’ultima telefonata, quella dell’addio, è l’ultima disperata conversazione che si chiuderà con un ripetuto e struggente “ ti amo”.


Il secondo episodio è ambientato sulla costiera Amalfitana  ( venne girato tra  Maiori e Furore) e narra la vicenda di una giovane donna molto ingenua, emarginata dall’ingiusta società in cui vive, dalla quale è derisa e  ritenuta pazza.

“Nannì” (Anna Magnani), mentre è al pascolo con le capre, vede  un giovane barbuto e nel suo delirio estatico pensa  di riconoscere San Giuseppe, a cui è molto devota. Il viandante, interpretato da Federico Fellini che qui si cimenta nelle vesti d’attore, non esiterà a compiacerla con i suoi sguardi  pur senza mai dire una parola, a farla bere e ad approfittare di lei e della sua profonda fede religiosa. “Nannì” al risveglio ricorderà soltanto quella che per lei è stata un apparizione.

La protagonista è una pastorella senza dimora, ha solo una coperta su cui dormire, mangia alla mensa che la chiesa mette a disposizione dei poveri ed ha una profonda sensibilità mistica al limite dell’invasamento. Durante la vendemmia si sente male e sviene; la donna è incinta e, memore di quell’incontro con “San Giuseppe”, crede fermamente che il suo sia un dono del Signore e nonostante le canzonature delle donne del paese, sarà sempre più convinta della sacralità della sua gravidanza. Da quel momento in poi la situazione precipita, “Nannì” derisa, umiliata da chiunque, è sempre più  abbandonata a se stessa.

La vicenda si svolge senza una vera e propria scansione temporale, la protagonista vaga lungo aspri sentieri portando con sè le sue poche cose, lungo paesaggi aspri, percorsi da scalinate di pietra. Intanto passano  i mesi, lo capiamo dall’alternarsi delle stagioni, “Nannì”, sola e prossima al parto si rifugia ai confini del paese abitato, lontana da qualsiasi persona; è a questo punto che l’interpretazione della Magnani si fa più intensa, è lei che prende per mano lo spettatore, lo conduce con sé in quella vicenda tragicamente umana, l’indifferenza di tutti nei confronti della pastorella, rea di essersi fatta mettere incinta da un viandante che lei credeva essere San Giuseppe, costretta  a fuggire da un’ insopportabile e crudele realtà; ora non ci sono più le voci canzonatorie a far da sfondo alla vicenda, non ci sono più le parole della donna che, persa nel suo invasamento, perora la sua causa, c’è il vuoto e in quel vuoto, in cui solennemente si muove la protagonista, leggiamo le sue emozioni e viviamo la sua vicenda.

In preda ai dolori del parto la vediamo  invocare aiuto nella speranza di trovare qualcuno, la accompagniamo mentre giunge ad un santuario, salendo scalinate che sembrano infinite, lassù però non trova nessuno, lì con lei c’è solo una capra che l’ha seguita; ormai pronta al parto si accascia, dietro di lei c’è il muro scrostato di un campanile. Rossellini si sofferma nuovamente sul viso della protagonista, la Magnani, fa suo il personaggio, soffre con lui e lo spettatore con lei fino alla fine del film che si chiude con un liberatorio vagito di neonato.

Entrambi gli episodi iniziano in modo pacato per poi salire, c’ è un climax ascendente della tensione che intrattiene lo spettatore facendogli vivere appieno le vicende sia ne “Una voce umana” laddove troviamo un plot inusuale quasi abbozzato, e specialmente ne “Il miracolo”.

L’ esplosione dei toni nel primo episodio si concretizza in un “Ti amo” urlato, gridato, quasi implorato, un  “ti amo, ti amo, ti amo…” disperato;  ne “il miracolo” questa esplosione avviene in silenzio, è quasi interiore.

Un film di transizione, come spesso la critica lo ha definito, un lavoro che va al di là di una trama tradizionale, concentrato soprattutto sull’introspezione dei due personaggi.

Ne “Una voce umana” Anna Magnani si cimenta in un lungo e sofferto monologo, un mirabile esercizio stilistico che ne esalta le indiscutibili capacità recitative.
 “Il miracolo” rappresenta lo spaccato di una società tremendamente priva di umanità; tematiche come l’indifferenza, l’intolleranza, il misticismo  vengono sviscerate minuziosamente dal regista; si riconoscono bene i tipici sguardi, gli atteggiamenti e lo stile della Magnani che in questo film, che è solo suo, riuscirà a regalarci ancora una volta un’immensa e drammatica interpretazione.

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I due grandi protagonisti del film: Anna Magnani e Roberto Rossellini
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